The Perfect American: il musical che distrugge il mito di Walt Disney

The Perfect American: il musical che distrugge il mito di Walt Disney

 

Il cielo sopra Disneyland non è così azzurro come si crede. «Dove ci condurrà tutta questa libertà, le marce dei neri a Washington, i capelloni che fornicano come conigli?», impreca nel canto il baritono Christopher Purves nei panni di Walt Disney.

Al  Teatro Real di Madrid (e in giugno a Londra), con la musica di Philip Glass diretta da Dennis Russell Davies, c’è stata in «prima» mondiale The Perfect American, l’opera sull’uomo che faceva parlare gli animali. Dimenticate quel volto bonario e sorridente accanto alla sua prima creatura, Topolino.

Questa è la storia del suo lato oscuro, l’ombra nell’impero dei sogni cala dall’inconfondibile musica semplice e complessa di Glass, il movimento circolare e ripetitivo di matrice indiana, l’abbondanza di percussioni.

«Disney era un uomo totalmente misogino (le donne potevano colorare ma non creare), superbo, megalomane, piuttosto razzista. Aveva un odio viscerale per i sindacati e fu scioccato da uno sciopero degli Studios nel 1941. Chi lavorava per lui era come in una Accademia militare e lui era il generale, o se volete il dittatore», dice Peter Stephan Jungk, l’autore del racconto da cui è tratta l’opera.

La scena è onirica, il regista Phelim McDermott (un performer che viene dal teatro «alternativo» e dalle improvvisazioni) crea uno spazio virtuale, cogliendo Disney negli ultimi tre mesi di vita, quando era malato di cancro. E «come accade a chi sta morendo» passa in rassegna la sua vita tra ricordi, sogni, visioni. E la moglie, il fratello di Walt, l’infermiera che divenne la sua confidente più intima, hanno gesti lenti, al rallenty , corrispondono alla diversa dimensione del tempo che si ha a ridosso di Dio, mentre il coro canta Quack Quack .

Al centro della scena un letto d’ospedale su una pedana, il ring dove Disney combatterà contro il suo antagonista e i suoi fantasmi. Le proiezioni, «sporcate» dalle striature bianche che segnavano i filmati d’epoca, rimandano stilizzate le strade di Marceline, il luogo dell’innocenza, il «regno magico» dove passò l’adolescenza, oppure pupazzi animati ancora nel loro divenire incompiuto, svelano cosa c’è dietro al processo creativo dei cartoon.

Non c’è una sola immagine che evochi i leggendari paperi e topi. Una cautela imposta dai diritti d’autore. Glass ha mandato il libretto alla Disney per avere la loro opinione. Nessuna risposta. Il sovrintendente Gérard Mortier dice che «alla Disney sono potenti e vogliono proteggersi dai possibili scandali». Ci sarà un motivo se questo è il primo lavoro di fiction su uno degli artisti più importanti del 900, a 47 anni dalla sua morte. A fine anno però uscirà il film sul making di Mary Poppins con Tom Hanks che impersona Disney.

L’opera, in due atti, si serve di materiali poveri e costumi anni 60 riciclati da vecchie produzioni (la crisi c’è anche in Spagna). I flashback mescolano in un gioco di specchi fatti veri a episodi inventati, o verosimili, sulla scia dei rumors che hanno fatto il giro del mondo, mirando al ritratto perfetto. Non è vero che Andy Warhol andò a trovare Disney in ospedale, come si vede in scena, e soprattutto non è mai esistito l’antagonista, William Dantine, che qui viene licenziato per la sua animosità sindacale; secondo Jungk «dà voce alla rabbia di tutti quei disegnatori il cui apporto creativo non fu mai riconosciuto nei credits».

Ecco il vero sciopero, su un cartello rivolto a Disney c’è scritto Strike, Don’t Be Goofy : un gioco di parole, Goofy è Pippo ma in inglese vuol dire «ridicolo». È autentico l’impianto che c’è sotto a quell’America del Midwest conservatrice e populista in cui Disney (nato povero, quintessenza del sogno Usa) si riconosceva, lontano dagli intellettuali di New York e dalla West Coast. «Oggi – dice Jungk – Disney sarebbe per l’uso incontrollato delle armi e per Romney».

Dal libro al libretto, il protagonista risulta meno negativo, riflette sul significato della vita, sulla paura della morte (rappresentata da un gufo) e sul suo anelito all’eternità, resa in modo caricaturale e insistito (Disney voleva essere congelato e si dichiara, come John Lennon, più popolare di Gesù). Tra le scene «accertate», quella col robot inventato da Disney che riproduce Lincoln: il conservatore Disney ebbe un’adorazione per un presidente così innovatore. Qui, attraverso la storia della vendetta di William Dantine (i due hanno le stesse iniziali, W. D.), si esplora proprio la sua natura controversa. Ma senza di lui il mondo sarebbe più triste.
Fonte: Corriere.it

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2 commenti

  1. bah …resto sempre più perplessa nei confronti di coloro che a costo della verità solo la verità denigrano fino all’inverosimile personaggi che hanno creato uno stile. Sicuramente non sarà stato perfetto (sapete, era un essere umano, sinonimo di imperfezione), faceva il dirigente della sua azienda e probabilmente aveva degli obiettivi imprescindibili, ma se non l’avesse fatto non poteva affermare che se riesci a sognare puoi realizzare …che dire viva la libertà artistica, ma stiamo attenti a puntare il dito contro chi ha saputo lavorare credendo in ciò che faceva. Oggi, grazie a quel sogno l’azienda è una realtà che dà lavoro a tanta gente, sindacati o no e solo per questo merita rispetto. Non credo che noi stiamo meglio. 

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