John Lasseter a Verona!

Di seguito vi posto l’intervista fatta a John Lasseter, direttore creativo della Pixar, in questi giorni a Verona:

 

Il moderno Walt Disney passa da Verona e rimane incredulo davanti all’Arena, al centro storico, si stupisce come un bimbo, come gli spettatori dei suoi tanti film di animazione di successo. È John Lasseter, americano classe 1957, il regista di «Toy’s Story» e di tutta la saga dei giocattoli parlanti, personaggi entrati nel cuore dei più piccoli di tutto il mondo. Ma anche di «Cars», di «A Bug’s Life».

È uno dei fondatori della Pixar, legata a filo doppio dal 1991 alla Walt Disney, dove peraltro lo stesso Lasseter si era formato prima di fondare la Pixar. Il primo «Toy’s Story» uscito il 19 novembre 1995 ha incassato solo negli Usa 192 milioni di dollari e 362 milioni di dollari in tutto il mondo. Invitato da Andrea Bolla, presidente di Confindustria Verona, Lasseter – pluripremiato con Oscar, Golden Globe e un Leone di Venezia – risponde con simpatia alle nostre domande dopo la sua colazione mattutina in un bell’ albergo fuori città.

Le piacciono Verona e l’Italia?

Moltissimo, vengo spesso in Italia, ma è la prima volta che vedo Verona. Una piacevole scoperta, quasi un sogno. Ieri sera (mercoledì, ndr) passeggiando nelle vie del centro ho visto l’Arena e mi sembrava impossibile, incredibile, voi avete la storia, la bellezza, l’arte, la cultura ma anche la qualità della vita, il cibo… per me l’Italia è una grande fonte di inspirazione. Ad esempio nell’ultimo «Cars» abbiamo riprodotto una Formula uno italiana, abbiamo preso spunto da Monza, da alcuni paesaggi di Positano, Portofino e Montecarlo, ma anche da alcuni piccoli paesi toscani, come San Gimignano.

 

Ma c’è anche Sofia Loren?
Assolutamente sì, un altro elemento forte di italianità dentro il nostro film, ma ce ne sono altri personaggi forti, come la 500 e «mamma topolino».

Metterà anche un’opera lirica in un prossimo film di animazione?
Mi piace molto l’opera e chissà, non anticipo nulla, ma sicuramente potrebbe essere un buon motivo di ispirazione, sono molto emozionato all’idea di andare a vedere Aida qui a Verona.

Lei è considerato un rivoluzionario nel genere dei film di animazione, un «nuovo Walt Disney». Si sente in questa veste?
Ho avuto la fortuna di avere una madre, insegnante d’arte, e a 15 anni quando ho percepito con chiarezza, proprio guardando Walt Disney, che avrei potuto vivere facendo fumetti e cartoni animati, lei non mi ha scoraggiato anzi, considerava l’arte come un modo di vivere e un mezzo per guadagnarsi da vivere. Poi ho lavorato alla Walt Disney, qui ho imparato moltissimo da quelli con cui collaboravo, alcuni di questi lavorano ancora con me. Io rivoluzionario? Non penso, piuttosto Walt Disney è il vero rivoluzionario, lui ha creato storie importanti.

Lei ha girato tutti film di grandissimo successo, da «Toy Story» a «Cars», ma anche le sue produzioni hanno sempre colpito il cuore del pubblico, come «Ratatouille» ad «Up». Qual è il segreto? Conta più la tecnologia o la creatività?
Mi sono ispirato a Walt Disney, io ho semmai ho introdotto la tecnologia, che deve essere un elemento di stimolo per l’arte non deve essere mai solo uno strumento per procurare al pubblico divertimento fine a se stesso, d’altra parte però anche l’arte può offrire spunti di ispirazione alla tecnologia, i due elementi sono sempre in dialogo. Ma quello che è veramente vincente è una grande storia con personaggi che riescono a creare emozioni.

Ha vinto moltissimi premi e i suoi film di animazione sono entrati nel cuore dei bimbi e non solo. Quale premio vorrebbe prendere a questo punto della sua carriera?
Quando faccio il mio lavoro non penso ai premi e nemmeno al successo, come anche lei penso nel fare il giornalista, sono impegnato piuttosto a trovare una storia che funzioni e che emozioni, ma soprattutto ogni volta che mi metto a creare un film di animazione penso al viso di un bimbo che ho visto subito dopo l’uscita del primo «Toy’s Story». Se vuole le racconto questo fatto.
Certamente.
Era il novembre 1995, cinque giorni dopo l’uscita di «Toy’s Story», ero in viaggio con la mia famiglia e stavamo facendo un cambio di aereo a Dallas, durante il trasferimento mi sono imbattuto in un bimbo di quattro anni accompagnato dai suoi genitori, era vestito come Woody con il cappello da cowboy, ho visto il suo viso sorridente, era contento. Da allora ogni volta che mi appresto a fare il mio lavoro penso a quel bimbo, al suo sorriso: là mi resi conto che quel personaggio e quella storia non mi appartenevano più, erano di tutti i bimbi e non solo, di tutto il mondo.
È anche una grande responsabilità nei confronti del pubblico.
Certo, il mio obiettivo però non è educare ma piuttosto intrattenere creando quelle emozioni, di quel bimbo di Dallas. È qualcosa che riguarda di più l’arte.

E come trova queste storie e questi personaggi?
Facciamo un lavoro di squadra, ci confrontiamo e collaboriamo fino a d arrivare ad una storia. E poi c’è un bimbo in me che non è mai cresciuto e che non crescerà mai.

Lo consiglia anche ai giovani che inseguono un sogno?
Sì, senza questo non creiamo nulla.

Fonte: L’Arena.it

 

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